L’Odissea di Nolan, tra cinema e comunicazione: il contributo di Maurizio Ambrosini

Autore: Antonio Scuglia

Data: 06/08/2026

Scienze, il nome latino non basta: dall’Università di Pisa un nuovo indice per valutare le specie

maurizio ambrosini 1

Pisa, 6 agosto 2026. Pronunciare ulteriori commenti sull’ultimo film di Christopher Nolan in quanto opera può apparire davvero vano: ogni parola sembra essere già stata spesa e triturata nell’agone della comunicazione contemporanea. In quanto evento cinematografico globale, questa Odissea, realizzata nel formato Imax70mm per esaltare l’immersività percettiva e l’attrazione somatosensoriale delle sequenze più spettacolari, ha riattribuito centralità – come e più di Oppenheimer (2023) – alla sala cinematografica, nell’epoca dell’esperienza filmica rilocata in altri ambienti e su altri dispositivi, restituendo alla visione incanto e rilevanza.  

Ecco l’intervento completo di Maurizio Ambrosini (nella foto), docente di Storia e critica del cinema ed Estetica del cinema su Unipinews

Pronunciare ulteriori commenti sull’ultimo film di Christopher Nolan in quanto opera può apparire davvero vano: ogni parola sembra essere già stata spesa e triturata nell’agone della comunicazione contemporanea. In quanto evento cinematografico globale, questa Odissea, realizzata nel formato Imax70mm per esaltare l’immersività percettiva e l’attrazione somatosensoriale delle sequenze più spettacolari, ha riattribuito centralità – come e più di Oppenheimer (2023) – alla sala cinematografica, nell’epoca dell’esperienza filmica rilocata in altri ambienti e su altri dispositivi, restituendo alla visione incanto e rilevanza.

In modo paradossale, tuttavia, l’esperienza del film è stata catturata in un tale groviglio di discorsi sociali, dai quotidiani ai social network, da minacciarne il soffocamento: in fase promozionale, mediante una discorsività preventiva polarizzata intorno alla legittimità stessa del confronto fra un regista hollywoodiano e uno dei testi fondativi della cultura occidentale o su questioni più specifiche, con il fuoco incrociato delle accuse di “wokismo” e delle contro-accuse di razzismo sulla scelta di alcuni/e componenti del cast, in particolare della star Lupita Nyong’o quale Elena nera; e, a partire dall’uscita, in forza di uno tsunami di impressioni e riflessioni critiche, segnato contemporaneamente dal massimo della disintermediazione e della intermediazione.

Da un lato, i social stanno rivelando una compulsività testimoniale che contagia spettatori “comuni”, cinefili e opinion maker di varia natura. Dall’altro, il film, con la riconfigurazione della trama e dei personaggi dell’opera omerica, la contaminazione evidente di altre fonti narrative e l’esibizione di alcuni riferimenti culturali, invita al gioco esegetico studiosi ed esperti a vario titolo del mondo antico (lasciando la critica cinematografica in una posizione defilata).

Luciano Canfora («Corriere della sera», 16 luglio) rifiuta pregiudizialmente l’incontro col film, scettico sulla possibilità di rintracciarvi un punto di vista davvero significativo e incline, invece, a estrarre dalle proprie memorie spettatoriali la Penelope «della grande Irene Papas» nello sceneggiato Rai di Franco Rossi (1968).

Gherardo Ugolini (L’Odisseo ‘tragico’ di Christopher Nolan, «Visioni del tragico») individua il principio strutturale dell’opera di Nolan «nell’assunzione di una prospettiva che sostituisce la logica dell’epica con quella della tragedia»: il nostos come lento itinerario di un Odisseo/Edipo la cui tragica grandezza «coincide con la progressiva scoperta della propria responsabilità»; la caduta di Troia come «memoria di una distruzione che continua a perseguitarlo»; la figura di Atena dal volto di Cassandra come umana proiezione del senso di colpa.

Secondo Lucio Di Gaetano (Atena è morta ma Nolan si sente benissimo, Substack.com), Nolan, riferendosi all’Eric Cline di 1177 a.C. Il collasso della civiltà, sovrappone mitografia e storiografia, elevando a tesi «l’ipotesi che i Popoli del Mare – i razziatori che le fonti egizie descrivono mentre travolgono il Mediterraneo orientale attorno al 1200 a.C. – possano essere stati, almeno in parte, gli stessi greci che a Troia hanno sconfitto gli ittiti»: l’empia violazione, col dono ingannatore del cavallo ligneo, della xenia, la sacra ospitalità, ovvero del valore fondativo del sistema di patti e scambi fra i popoli nella tarda età del bronzo diviene causa scatenante del suo collasso.

Entrambe le letture rinviano, come altre, alla metamorfosi del mito del ritorno nel trauma del reduce e all’autorizzazione del film a un’interpretazione attualizzante in chiave geopolitica del contesto storico-culturale degli eventi narrati. E si può ritenere che in ciò consista il “gesto di appropriazione” del testo omerico da parte del regista inglese, che supera di slancio le riserve dello scrittore Riccardo Molteni nel romanzo Il disprezzo (Alberto Moravia, 1954), il quale, chiamato a Cinecittà a sceneggiare una trasposizione dell’Odissea, convinto di dover restituire il mito alla cultura che lo aveva generato, rigettava sia la visione psicanalitica cara al regista, sia quella sensazionalistica da kolossal storico-mitologico del produttore.

Quelli di Nolan paiono infatti personaggi autoconsapevoli, che hanno letto Cline e sanno di muoversi sull’orlo di una catastrofe epocale; e la sfida del film consiste probabilmente nel voler tenere insieme una serie di addentellati autoriflessivi, una narrazione nella quale l’intreccio delle memorie assume la pregnanza di un ricordare difficile e il piacere dell’attrazione spettacolare.

Il rischio, tirando le somme dell’intera operazione produttiva e del turbine paratestuale che l’ha avvolta, è che il cinema come medium finisca per sovrastare il cinema come forma espressiva e l’ossessione della “spiegazione definitiva” sterilizzi l’esperienza spettatoriale e obliteri la coscienza dell’irriducibile polisemia di ogni opera. Sarebbe un destino ironico per il campione del “film-rompicapo”.

Maurizio Ambrosini, docente di Storia e critica del cinema ed Estetica del cinema, Dipartimento di civiltà e forme del sapere

Il nome latino non basta: dall’Università di Pisa un nuovo indice per valutare le specie

Uno studio dell’Università di Pisa propone il primo indice per misurare quanto sono solide le prove scientifiche che stanno dietro alla classificazione di una specie. Uno strumento utile anche per la tutela della biodiversità

Quando leggiamo il nome latino di una pianta o di un animale siamo portati a pensare che identifichi una specie certa e definitiva. In realtà non è così. In biologia, infatti, una specie è un’ipotesi scientifica costruita sulle conoscenze disponibili, che può essere confermata, modificata o anche smentita quando emergono nuove evidenze. Il nome latino, però, non dice nulla di tutto questo.
Per colmare questa lacuna, un gruppo di ricercatori del Dipartimento di Biologia dell’Università di Pisa ha sviluppato il Turrill’s Omega Index (TOI), il primo indice standardizzato che permette di misurare quanto è solida la classificazione di una specie. Lo studio, pubblicato sulla rivista Biology, è firmato da Lorenzo Peruzzi, Jacopo Franzoni e Antonio Giacò dell’Università di Pisa.

L’indice prende in considerazione tutte le principali informazioni utilizzate per distinguere una specie da un’altra: dalle caratteristiche morfologiche alle analisi genetiche, fino all’isolamento riproduttivo e alla distribuzione geografica ed ecologica. Mettendo insieme questi dati, il TOI restituisce un valore che indica quanto siano solide le prove scientifiche a sostegno della classificazione di una o più popolazioni come specie distinta.
“Sebbene lo studio presenti esempi relativi a piante della flora italiana, il nuovo indice è stato progettato per poter essere applicato facilmente a qualsiasi gruppo di organismi, dagli animali ai funghi, ogni volta che sia necessario valutare quanto è solida la classificazione di una specie”, spiega il professore Lorenzo Peruzzi, del Dipartimento di Biologia.

Ad esempio, tra i casi analizzati, il croco dell’Isola d’Elba (Crocus ilvensis) ha ottenuto il massimo livello previsto dal nuovo indice: la sua distinzione dalle specie affini è sostenuta da dati morfologici, chimici, genetici, citogenetici e geografici che concordano tra loro. Diversa la situazione dello sparviere dell’Elba (Hieracium elbanum), una pianta erbacea endemica dell’isola Toscana, per la quale le evidenze scientifiche disponibili sono ancora insufficienti per stabilire se davvero si tratti di una specie distinta.

“L’obiettivo è rendere più trasparente la qualità delle conoscenze scientifiche su cui si basa la classificazione di una specie – conclude Peruzzi – Questo nuovo indice potrà essere utile anche a ecologi, biologi ed enti che si occupano di conservazione, per orientare priorità e risorse nella tutela della biodiversità e delle specie minacciate. In tempi di risorse economiche e umane limitate, che purtroppo impediscono di conservare tutto, dovendo fare delle scelte è infatti più saggio, a parità di altri elementi di rischio, puntare sulla conservazione di specie ben supportate dal punto di vista tassonomico. È attualmente in corso un progetto-pilota del Gruppo per la Floristica, Sistematica ed Evoluzione della Società Botanica Italiana, che prevede l’applicazione dell’indice appena elaborato a tutte le piante endemiche di una serie di aree geografiche italiane di estrema rilevanza biogeografica e conservazionistica, proprio per testare l’utilità del TOI anche come ausilio nello stabilire priorità di conservazione”.