Unipi, il rettore Zucchi: “Nei pronto soccorso gli infermieri svolgono un ruolo cruciale, ma finora mancava una formazione specifica”. Iscrizioni aperte

Pisa, 22 luglio 2026. Con tre nuove lauree magistrali dedicate alle professioni infermieristiche, l’Università di Pisa rafforza la propria offerta formativa per rispondere ai bisogni di salute dei cittadini e alle nuove sfide del Servizio sanitario nazionale. L’obiettivo è formare professionisti altamente qualificati destinati ad ambiti particolarmente strategici: l’emergenza-urgenza, l’assistenza territoriale e di comunità e l’ostetricia.
Le nuove magistrali sono Scienze infermieristiche specialistiche nelle cure intensive e nell’emergenza, Scienze infermieristiche specialistiche nelle cure primarie e infermieristica di famiglia e comunità e Scienze infermieristiche e ostetriche – profilo ostetrico, una delle cinque attivate in tutta Italia, unica in Toscana e in centro Italia. I posti disponibili sono 25 per ciascuna magistrale, per un totale di 75.
“L’attivazione di questi percorsi recepisce una recente evoluzione normativa che ha introdotto la possibilità di istituire lauree magistrali specialistiche dedicate ad alcuni settori particolarmente critici del sistema sanitario, una sfida che l’Ateneo ha voluto raccogliere”, spiega il rettore dell’Università di Pisa Riccardo Zucchi (nella foto).
“Si tratta di esigenze molto concrete – continua Zucchi – Nei pronto soccorso gli infermieri svolgono un ruolo cruciale, a partire dal triage, la valutazione iniziale dei pazienti in arrivo, ma finora mancava una formazione specificamente dedicata a queste competenze. Lo stesso vale per l’infermiere di famiglia e di comunità: le Case della Comunità rappresentano una delle principali innovazioni dell’assistenza territoriale, ma il loro sviluppo richiede professionisti con una preparazione specialistica”.
Le tre lauree magistrali sono a numero programmato nazionale e hanno una durata di due anni. Le iscrizioni per l’anno accademico 2026-2027 sono aperte dall’8 luglio. Informazioni sui requisiti di accesso, sul calendario delle prove e sulle modalità di immatricolazione sono disponibili sul sito dell’Università di Pisa all’indirizzo www.unipi.it
Bilancio di Genere: le studentesse sono maggioranza ma il divario resta
Più studentesse che studenti all’Università di Pisa, ma lo stesso non vale per il corpo docente: la presenza delle donne diminuisce infatti progressivamente con l’avanzare della carriera accademica, soprattutto nelle discipline scientifiche e tecnologiche (STEM). È questa la fotografia fra luci ed ombre che restituisce il nuovo Bilancio di Genere 2024-2025 dell’Università di Pisa on line sul sito unipi.it. Il documento, articolato in due sezioni, fornisce un’analisi della comunità universitaria e dà conto delle politiche che l’Ateneo promuove per favorire l’uguaglianza di genere.
Per quanto riguarda la componente studentesca, il Bilancio conferma una presenza femminile complessivamente maggioritaria che si attesta al 51,6%. Crescono inoltre le studentesse nei corsi di laurea in ICT rispetto al 2022-23: le iscrizioni passano dal 14,15% al 15,40% nelle lauree triennali e dal 21,76% al 23,21% nelle magistrali. Le donne rappresentano anche la maggioranza dei laureati in corso e ottengono più frequentemente il 110 e lode, sono il 33,18%, contro il 29,19% degli uomini. Resta tuttavia una marcata differenza nella scelta dei percorsi universitari: le studentesse continuano a preferire soprattutto le discipline umanistiche e sanitarie, mentre gli uomini sono ancora largamente prevalenti nei corsi di ICT e di ingegneria. Anche dopo la laurea persistono differenze: se le laureate triennali, a un anno dal titolo, hanno trovato lavoro più degli uomini (43,60% contro 39,90%), nel quadro complessivo, gli uomini hanno tassi di occupazione e retribuzioni mediamente più elevati.
Per il personale docente e ricercatore, il Bilancio registra un lieve arretramento rispetto alla precedente edizione del 2022-23. La quota di professoresse ordinarie passa dal 25,50% al 25,37%, quella delle professoresse associate dal 41,43% al 40,85%, mentre le ricercatrici scendono dal 49,44% al 48,78%. Il confronto con il dato nazionale evidenzia inoltre una minore presenza di donne all’Università di Pisa in numerose aree disciplinari. Nelle STEM, in particolare, le donne rappresentano il 30% del personale docente e ricercatore dell’Ateneo, contro una media nazionale del 36,96%.
Per il personale tecnico, amministrativo e bibliotecario, le donne rappresentano il 61,89% del personale e sono la componente prevalente in tutte le aree professionali. La loro presenza raggiunge l’83,33% nell’area Biblioteche e il 77,14% nell’area Amministrativa e amministrativa-gestionale. Costituiscono inoltre il 70,30% del personale della categoria EP e il 50% dei dirigenti di seconda fascia.
“Accanto all’analisi dei dati, il Bilancio documenta il percorso compiuto dall’Ateneo per integrare la prospettiva di genere nelle proprie politiche. Dal Gender Equality Plan al Piano di Azioni Positive, dalle attività di ricerca e formazione ai servizi di supporto – come la Consigliera di fiducia, lo Sportello contro la violenza di genere, l’Unità per l’Eguaglianza e le Differenze e le carriere alias – il documento mostra come la promozione dell’uguaglianza sia diventata un elemento strutturale della programmazione universitaria” afferma Elisabetta Catelani, presidente del Comitato Unico di Garanzia.
“Nel loro complesso, i dati restituiscono un quadro articolato, nel quale coesistono segnali di avanzamento e persistenti elementi di criticità. Queste evidenze confermano la necessità di proseguire con determinazione nel percorso di promozione delle pari opportunità, rafforzando le politiche dell’Ateneo per il raggiungimento degli Obiettivi 5 e 10 dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile”, dichiara Renata Pepicelli, delegata del rettore per gli studi di genere e le politiche di promozione dell’uguaglianza.
Il Bilancio di Genere 2024-2025 è stato realizzato da Francesca Pecori, responsabile dell’Unità per l’Eguaglianza e le Differenze presso la Direzione Generale dell’Università di Pisa, ed è stato approvato dal Comitato Unico di Garanzia. Il volume si apre con le introduzioni del rettore Riccardo Zucchi e del direttore generale Rosario Di Bartolo e contiene le riflessioni della presidente del CUG Elisabetta Catelani e della delegata del rettore Renata Pepicelli.
Sant’Anna: Tasse e disuguaglianze, secondo un nuovo studio il sistema fiscale italiano si conferma ancora più regressivo
L’articolo pubblicato su Review of Income and Wealth, realizzato da Matteo Dalle Luche (LMU Monaco), Demetrio Guzzardi (Università della Calabria), Elisa Palagi (Scuola Superiore Sant’Anna), Andrea Roventini (Scuola Superiore Sant’Anna) e Alessandro Santoro (Università degli Studi di Milano-Bicocca), utilizza nuovi dati della Banca d’Italia sulla distribuzione della ricchezza (Distributional Wealth Accounts) per mostrare che in Italia il reddito è ancora più concentrato e il sistema fiscale è ancora più regressivo rispetto a quanto evidenziato dagli studi precedenti degli stessi autori. In particolare, lo studio trova forti differenze nei rendimenti del capitale, che rendono il sistema fiscale italiano ancora più regressivo per il 7% più ricco della popolazione, con un’aliquota effettiva pari al 32,6% per lo 0,1% più ricco (un lavoratore dipendente della classe media paga circa il 45%). I nuovi risultati mostrano l’urgente necessità di riformare il sistema fiscale italiano aumentando l’imposizione sul 7% più ricco dei contribuenti.
Le nuove stime pubblicate su Review of Income and Wealth fanno nuova luce sulle dinamiche della disuguaglianza e sulla distribuzione del carico fiscale in Italia. Per Demetrio Guzzardi: “Una scoperta chiave è che i rendimenti della ricchezzasono eterogenei: rimangono relativamente stabili, intorno al 2,5%, per il 90% più basso della distribuzione della ricchezza, ma aumentano nettamente all’interno del decile superiore, raggiungendo quasi il 5% per lo 0,1% più ricco» Tenere conto di questi rendimenti diseguali cambia la nostra comprensione della progressività fiscale: il sistema fiscale italiano diventa addirittura regressivo per il 7% degli italiani più abbienti, che pagano un’aliquota effettiva inferiore a quella del restante 93% dei contribuenti. Questo va contro i principi di progressività su cui si fonda l’articolo 53 della nostra Costituzione”.
I tre scenari alternativi di riforma fiscale
Lo studio ha analizzato possibili soluzioni per correggere la regressività, simulando scenari alternativi di riforma fiscale basati sui modelli di tassazione ottimale, che permettono di considerare le possibili riduzioni del reddito dichiarato dai contribuenti in seguito a un aumento delle aliquote.
“I nostri risultati mostrano che una maggiore tassazione dei redditi da capitale ripristinerebbe la progressività del sistema fiscale, generando al contempo significativi incrementi del gettito fiscale”, commenta la ricercatrice della Scuola Sant’Anna Elisa Palagi.
Lo studio considera tre scenari di riforma fiscale: (i) una riforma con un sistema di tassazione unificato per i redditi da lavoro e da capitale; (ii) l’introduzione di imposte differenziate sui redditi da lavoro e da capitale; (iii) interventi mirati esclusivamente alla tassazione ottimale dei redditi da capitale.
In tutti e tre gli scenari, poiché i redditi da capitale sono fortemente concentrati nella fascia più ricca della popolazione, l’aliquota media effettiva per il 7% più ricco dei contribuenti aumenterebbe raggiungendo il 60% per lo 0,1% più abbiente.
“Una riforma della tassazione del capitale in Italia – commenta Andrea Roventini, direttore dell’Istituto di Economia della Scuola Sant’Anna – può passare anche attraverso una tassazione delle grandi ricchezze, dato che gli individui più abbienti possono evitare più facilmente le imposte sul reddito attraverso la pianificazione fiscale, il trasferimento e il rinvio indefinito della realizzazione dei propri guadagni. In linea con i più recenti sviluppi della ricerca economica e del dibattito internazionale, mostriamo che è possibile ripristinare la progressività del sistema fiscale, ridurre le disuguaglianze e aumentare il gettito fiscale introducendo modeste aliquote fiscali sul patrimonio netto del 7% più ricco degli italiani. Tali aliquote variano dallo 0,1% all’1,3% per lo 0,1% più ricco, 50.000 individui che detengono un patrimonio netto medio superiore a 20 milioni di euro. Si tratta di prelievi fiscali relativamente contenuti considerando che la quota di patrimonio altamente liquido detenuta dal 7% più ricco, pari a circa il 40% del patrimonio complessivo”.
Infine, lo studio esamina il potenziale di gettito derivante dall’introduzione di un’imposta sulle grandi fortune. Un’imposta netta dell’1,3% sull’1% più ricco raccoglierebbe circa 30 miliardi di euro all’anno. Applicando la stessa aliquota soltanto allo 0,1% più ricco si otterrebbero circa 13,5 miliardi di euro, mentre applicandola esclusivamente ai miliardari il gettito ammonterebbe a circa 2 miliardi di euro all’anno.
In conclusione, lo studio mostra che i modelli di tassazione ottimale suggeriscano aliquote effettive nettamente superiori a quelle osservate nell’attuale sistema fiscale italiano per rendere il sistema tributario effettivamente progressivo rispettando l’art 53 della Costituzione.
Alla luce dei nuovi risultati, secondo le autrici e gli autori “è necessaria una redistribuzione del carico fiscale che gravi meno sulla classe medio-bassa che costituisce il 93% dei contribuenti e maggiormente sul 7% più ricco che dispone di redditi e patrimoni elevati e che paga aliquote fiscali effettive inferiori al resto della popolazione. Un serio dibattito in questa direzione rappresenta un passo cruciale verso un sistema fiscale italiano più giusto e costituisce un’opportunità per reperire risorse significative da destinare a istruzione, sanità e investimenti per la transizione ecologica e/o alla riduzione della pressione fiscale sulla classe media”.